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- L’inconcludente lo conosciamo benissimo; cos’è il concludente adesso?

- Responsabilità. Non colpa.

Ma dov’eri? Sulla tomba di Michelstaedter.

Mi dissero che sono troppo emotiva nell’accogliere la critica che sono troppo razionale / non sapevo cosa rispondere / allora sono andata da Carlo / era la tomba coi fiorellini / New Dawn Fades nelle orecchie / di solito non entro nei cimiteri con le cuffiette / non ho mica 15 anni / ma me ne sono accorta solo quando sono uscita.

Non avevamo nessuna fretta

Il ritmo della conversazione era insolitamente lento, il che andava bene ad entrambi.

This is not here, This is not now

Hai risposto. Mi hai chiesto “E tu come stai?” Non so se risponderò.

“Come stai” ti avevo scritto. Senza punto di domanda. A significare che è una stanca curiosità. A significare che potrebbe essere una curiosità appassionata, ma hai rovinato tutto con il tuo sbigottimento infastidito: “non possiamo dare una definizione a quello che sta capitando a noi due”. A significare che hai un posto nella mia vita per quello che sei adesso e non per le discussioni che abbiamo affrontato, non per le volte che mi hai attirato a te per avvicinare la tua testa al mio collo e sussurrarmi, lasciando risalire la tua voce dal collo, al lobo, all’orecchio, di osservare. Osservare tutto. Osserva, guarda, non lasciarmi solo con la mia gioia di scoprire sembravi dire con quel gesto frequente. Io sorridevo. Ti parlavo. “Mi piaci perché non imponi la tua etica” mi dicevi. “Perché cazzo non sono nata stronza” pensavo. Ma se avessi aperto bocca ti avrei solo dato un ulteriore indizio di quanto sono inoffensiva. Ero in quasi in pace a guardarti guardarmi, distratto solo dal gesto di toglierti la sigaretta dalla bocca. E continuavo a parlarti lieta del tuo sguardo attento.

In quei mesi hai risvegliato in me il valore sacro della presenza, presenza come cura continua, per me ora è cardine di una relazione; lasciavi ciondolare le braccia bianche, glabre e affusolate (un adolescente efebico) e scendevi lungo il sentiero un paio di metri più avanti di me descrivendo la solitudine di cui vai tanto fiero, “…troppa gente qui ora, mentre io non voglio sentire nessuno, e quando mi passa sono gli altri che mi cercano”, io mi affrettavo a rispondere senza lasciarti concludere, “Certo, legittimo, sennò sai che palle.”, nel modo più freddo possibile, osservando il cielo e il tetto di ardesia della tua confortevole casa che faceva di nuovo capolino fra gli alberi alla fine della passeggiata nel bosco. Avrei voluto che ti fermassi e ti girassi a cercarmi con lo sguardo, cogliendo nel mio, che avrei distolto, tutti i limiti del tuo stupido egocentrismo.

Abbiamo fatto molti passi indietro (dovevo farli io ben prima), neanche ti accorgi che stiamo ritornando a un’amicizia formale, nata per caso, evoluta per caso. Non scordo quando nel momento del bisogno mi hai trattato con vicinanza efficiente ma solo vicinanza. Ognuno ha portato all’altro in dono un pezzetto di conoscenza, ora tu usi la mia parte per parlare con persone altre. E ogni tanto, sì, ti ricordi di me. Mi chiami e sei anche un po’ sfigato perché mi telefoni sempre in momenti inopportuni, ho molte chiamate perse tue, come se facessi apposta ad evitarti, ma, giuro, la colpa è solo tua e del tuo scarso tempismo. Non riesco a comprendere, per come conosco i tuoi spazi di insofferenza all’altro, questi tuoi guizzi nel ricordarti che esisto. La fiammella del ricordo di me forse rimane viva in te perché c’è l’eco confusa dell’entusiasmo del nostro narrare e ritrovarsi. È solamente l’eco della tua buffa confessione, a cui ho reagito con un sorriso distratto (e della paura) per lasciare che queste parole risuonassero dentro di te alla ricerca della tua vera volontà, che tu sentivi che ero colei che avrebbe potuto “salvarti”. Ti rendi conto della dannosità delle delle boiate che dici?

Ma tu non sei mai stato in grado di pensare a questo, sono gli altri che ti cercano.

Dove ha termine l’autocompiacenza nel raccontarsi?

{Revolution starts at home, preferably in the bathroom mirror}

Dove ha termine l’autocompiacenza nel raccontarsi?

Lei sostiene che ha termine davanti allo specchio in bagno, quando si ritrova in piena sincerità e solitudine a scomodare pensieri che credeva fosse capace di esprimere solo di fronte a un’altra persona con l’unico scopo di attirare la sua attenzione su di lei.

“C’ho il proBBlema, intanto che ne parliamo stai con me e passiamo il tempo assieme così”. È una strategia mondialmente e uniformemente diffusa nelle diverse fasce di età, non sarebbe grave attuarla. Ci vuole abilità però, lei ha solo tempo per sfogliare le bucce del proprio animo invece, quindi non sta bluffando.

“Non si può mentire a sé stessi”. Che frase da incarto del Bacio Perugina, che frase comoda. L’occhio le cade su un libro di Coelho accanto a una pila della Yoshimoto e le viene automatico pensare l’esatto contrario. L’avrebbe fatto comunque, ma meno rapidamente.

Infatti non riesce a togliersi dalla testa che l’utilità e la vivacità di queste considerazioni sull’immagine riflessa, così ricche articolate e così fluide e logiche dentro la sua testa, si esauriscono subito. Si spengono quando, ascoltando le proprie parole, ci si sente di nuovo in malafede nel non aver fatto altro che richiamare un proBBlema frivolo e furbetto costruito per l’occasione. Quindi a seconda dei punti di vista che non tengono in considerazione il suo, l’utilità e la vivacità di questi scritti terminano fra pochissimo o perfino adesso.

Adesso. Extra omnes.

La sagoma dettagliata della sua immagine nella vetrina colpita da luce naturale grigia la incoraggia a proseguire con il racconto interiore, rassicurata dalla rete di salvataggio creata dalla sincerità di quello che percepisce dentro di sé e dalla buonafede che a ondate riacquista vigore.

Riprende guardando il ciottolato: “L’insicurezza vegeta in quell’intercapedine che a seconda dei momenti mi fa oscillare dalla consapevolezza che con un pochino di impegno e qualche accorgimento potrei essere una figa spaziale (non ridete e non sottostimate la potenza del pensiero quando naviga in solitaria), e la consapevolezza simpaticamente contraria di essere irrecuperabilmente scherzo della natura o irrecuperabilmente normale, priva di chance per il settore Prime Impressioni”.

Nessuno l’aiuta a risolvere questo dubbio, la verità forse non esiste e manco gioverebbe. È solo temuta, qualunque sia il responso. Osserva la moltitudine delle persone che passeggiano nel freddo, intabarrati con stile o senza stile. Valutare come loro “portano” egregiamente i suoi identici difetti non aiuta, anzi non fa altro che aumentare il margine di incertezza.

In questo ingenuo disorientamento si sente stupida, poi pensa che però la testa c’entra ben poco nelle relazioni, poi si sente stupida di nuovo, poi ricomincia il valzer di immagini sull’immagine, chiedendosi un’altra volta rapita dai profili nella ressa dove ha termine l’autocompiacenza nel raccontarsi.


Ancora mio padre (dall’archivio, 1997)

“Vado! Non mi piace questa canzone!”
“Quale canzone?”
“Quella che sento da dentro il locale mentre noi siamo qua fuori a goderci il fresco. Vado!”
“Ma se si riesce a percepirla appena! Stai male.”
“Sì.”

White Town, “Your Woman”. Ormai dimenticata, come avviene nel destino delle hit one-hit-wonder, aveva raggiunto la vetta delle classifiche inglesi proprio in quell’estate nefasta. Aveva un video in bianco e nero, una fotografia curata che inscenava con modalità da film muto un percorso di vita femminile e ha fatto da colonna sonora inconsapevole al momento più drammatico. Per la verità il ricordo completo comprende anche due infermiere appoggiate specularmente agli stipiti della porta di terapia intensiva come le sfingi della Storia infinita. Parlottavano amabilmente non proprio sottovoce di ricette di cucina mentre io ero intenta a calzare le foderine sterili con lentezza e delicatezza esasperanti, nel tentativo di mantenere disperatamente il più a lungo possibile quel momento di calma sospesa nella fissità dell’aria dell’occhio del ciclone.

Dentro la stanza quieta, tra un lampo e un tuono che si disegnavano fuori dalla finestra ,“Your Woman” entrava nella storia, nella mia storia, nel modo peggiore possibile. Trasmessa in lontananza da una radiolina era l’unico elemento che scandiva il tempo altrimenti immobile. Quanto mi sarebbe piaciuto che quel frammento di vita fosse rimasto congelato; non pretendevo che si tornasse indietro, ma almeno che accadesse un semi-miracolo per lasciare tutto così com’era con me con la testa fra le mani a fissare le fughe del pavimento sentendo a ogni sospiro profondo il sollievo della speranza che s’infondeva tra i presenti. Quella canzone insulsa, circolare e apparentemente innocua era invece l’unico elemento che mi stava ricordando con insistenza delicata quanto avrei sofferto di lì a pochi istanti.

In quell’anno, dopo i fattacci, digerivo con misura e rassegnazione il trauma. Poche uscite controllate di notte guidando in solitaria alla ricerca del mare. Era fondamentale evitare con cura l’ascolto di quella canzone attraverso lo zapping o spegnendo tempestivamente la radio.

Ieri sera invece quando un dj in una sala lontana ha mandato questo brano, magari compiacendosi con se stesso per la chicca dissepolta dalle sabbie del tempo, non sono riuscita a schivarlo. A tradimento mi sono trovata costretta a riassaporare in lontananza il suo ritornello catchy. Risentirlo nella sua interezza dopo anni mi ha letteralmente segato le gambe. D’altro canto cosa potevo fare? Fuggire? Come avrei potuto giustificare una fuga improvvisa? Però l’ho fatto. Appena a casa, ho scritto.

“Vado! Non mi piace questa canzone!”
“Quale canzone?”
“Quella che sento da dentro il locale mentre noi siamo qua fuori a goderci il fresco. Vado!”
“Ma se si riesce a percepirla appena! Stai male.”
“Sì.”

Mia madre, mio padre

Vivo un rapido flashback della voce ferma e calma dell’operatore del 118 e di oggetti personali sparsi sul tavolino, ma lo ricaccio indietro da dove è venuto. Osservo che c’è ancora del rimpianto in lei. Inquieta vi si aggrappa, un po’ perché lo sente veramente, un po’ perché così giustifica il suo status da devota vedova inconsolabile. E a dirla tutta non si perdonerà mai, che quel giorno stronzissimo c’ero io a tentare invano di soccorrerlo e non lei, che l’aveva salutato distrattamente in mattinata aspettandoci per cena.

Contagocce

Quando corro il fiato è leggero ed è per me spontaneo socchiudere gli occhi e contemplare lo splendore delle mie rovine.
Sono sola con me stessa, strofino la manica della maglia sul naso e sugli occhi prima si amplifichi in modo insopportabile il rumore bianco dei miei pensieri.

Nelle salitine infingarde invece il fiato è appena sufficiente, non c’è spazio per nulla; visualizzo solo i muscoli delle gambe che si tendono, il fianco che si apre, la fatica che vi si infila un po’ tollerata, un po’ no. Se intollerabile, ma anche un momento prima, posso fermarmi e godermi quell’apnea genuina che cancella tutto.

Vorrei che la mia vita fosse tutta una salitina infingarda.

ti rubano le cit. = vali

I’m the new old

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