Se le pedane sono piene di scemi che si muovono

Comincio a comprendere in modo cristallino, enumerabile  persino, quali sono le conseguenze dell’incontrare una persona sbagliata che credevi giusta. Comprendo ora come le persone possano sigillare il cuore, continuando a dare confidenza, peggiorando la situazione, generando altra incomprensione e tristezza in coloro che cercano di scaldarle, di amarle nel momento sbagliato. È inutile e non dipende assolutamente dal valore della persona che si avvicina a te (“è colpa mia, non tua” spesso dicono), te che sei ormai arido, amareggiato, pronto a provare solo nausea, i cui sensi possono destarsi solo se trovi qualcuno più problematico di te. Perché ormai, solo l’emozione ruvida, il senso di privazione, l’anelare una cosa che non sarà mai completamente tua, ti fa scattare come una molla a reclamare il maltolto esistenziale.

A forza di trovarmi dall’altra parte, la parte di colei (permettetemi questa presunzione, solo per amore della sintesi) che “salva”, a forza  di sprecare energie nel tentare di comprendere gli incubi umani, sentendo che le mie ferite non avevano la stessa priorità, perché non era il caso, perché mi suonava come ricatto emotivo -e io vorrei solo essere onesta- perché mi sembra l’unica prova tangibile che posso portarti in dono, perché siamo isole e questo è il mio ponte tibetano verso te, perché questo e perché quell’altro, alla fine mi ritrovo a constatare che sono io adesso quella col cuore sigillato.

Che non significa quella cosa frivola che porta 3/4 delle donne del pianeta ad esclamare: gli uomini sono tutti dei bastardi.

Ha più a che fare con gli stimoli violenti che vengono dati toccando brutalmente dei nervi scoperti. Un dito cattivo sulla colonna vertebrale.

Viviamo in un mondo di simboli e io mi porto dietro in modo indelebile la sensazione di danno che mi è stato provocato: il danno del sentire con vivo fastidio presente la ricorsività dell’approccio altrui. Questo continuo richiamare alla memoria, vivida in modo sbalorditivo, episodi felicissimi che ora suonano come una colossale beffa. E aspettarsi da tutti quest’epilogo.

 

V. (e di quanto sono persona peggio)

C’è una sigaretta spenta nel posacenere, la prima della giornata, e rimangono nell’aria dei piccoli sospiri d’insofferenza cortese. Non è ancora successo, ma dal passo trascinato con cui si avvicina alla soglia di casa si può intuire che la scena sarà questa. Consapevole di portare solo negatività inconsolabile che attribuisci ai bioritmi, potevi startene a casa piuttosto. Non ho le facoltà mentali per trasmettere banalità ora.

Schiaccia il mozzicone e si prepara all’ascolto osservando come io non l’osservo. Non dirò molto: sono concentrata a sentirmi poco spontanea. Non dirò molto: ciò che desidero di più adesso è parlare con qualcun altro di carattere diametralmente opposto al mio, che mi ricordi quanto sia facile ascoltare e parlare rispecchiandomi nei suoi sorrisi.

Si sbriciola così, a ripetizione, ogni mio intento comunicativo e finalmente produco quelle banalità che entrambi attendavamo: io con fastidio, tu con sollievo. In questo momento sono un libro aperto. Ma faccio trasparire gli stati d’animo sbagliati. Mi guarda e butta la testa indietro con un gesto un po’ troppo solare per la circostanza: “Ah, ho capito come ti senti!”. No, hai solo avuto l’impressione di aver individuato rassicuranti similitudini con le tue tristezze, le cui motivazioni ricalcano gli articoli brevi di riviste femminili e hanno il pregio di elevare di rango le mie, anche se continuo a chiedermi in modo dannoso e ostinato cosa c’è che non va in me.

Riempi per favore queste pause. Per favore, continua, intanto che mi sento un po’ stronza almeno in un innocuo dialogo con me stessa. Tutte le tue frasi consolatorie iniziano con un desolante: “Eh, sai noi donne…”.

Per risponderti potrò sorridere con gli occhi ribattendo in silenzio perché fare finta di condividere lo stesso disagio è la soluzione più comoda in questo momento in cui non so, per l’ennesima volta, raccontare nulla a me stessa di questa cosa stolida, solida e moderatamente ramificata come un baobab.

Lotto per il raro verificarsi del previsto. Cosa cambia se lo dico? È una vita che cerco di voler bene alle persone. Non sono patetica.


L’inconcludente

Qual è il mio sogno adesso?

Schiacciata dalle coperte, riscaldata dal mio stesso sovrapporsi di arti, il mio sogno adesso è dormire per un quantitativo di ore abbastanza elevato, sfruttando e godendo appieno del mio sonno equilibrato di buona qualità.

Il mio sogno è una siesta prolungata, sprofondata nel cuscino, finalmente al sicuro da dubbi e cattiverie. Potrò chiudere gli occhi, lasciare che nel silenzio una lacrima si formi dietro la palpebra e che scivoli via libera senza che nessuno si allarmi: è solo un accumulo di tutto.

Leggermente rannicchiata, con il solo intento di sovrapporre il più possibile (perché non è ancora tempo di dormire spaparanzati in preda a considerazioni dispersive), nel momento in cui questa lacrima liberatoria scivolerà, qualcuno accorrerà con discrezione e si siederà alle mie spalle.

Sentirò solo il letto che si piega impercettibilmente sotto il peso della presenza amica. Con un nuovo calore accanto, potrò assestarmi ed aumentare, stirando con grazia la schiena, il mio contatto col materasso, e portare le gambe nella direzione di questo nuovo calore provando idealmente ad avvolgerlo.

Così facendo darò una sorta di via libera a chi sta vegliando su di me, che senza esitazioni, mi accarezzerà il volto senza attendere mie reazioni. Quando lascerò libera una seconda lacrima, sempre senza spaventare nessuno, mi parlerà piano di quanto è giusto questo momento.

Mi assopirò, condividendo un gradevole senso di quiete, rintanandomi egoisticamente ancora di più nell’angolo del letto ma porgendo una mano da dietro la spalla. Chi la stringerà sarà contento, rinfrancato del fatto che mi starà facendo un gran dono.

Prima di addormentarsi mano nella mano, scivolerà, sempre senza contatto visivo, una terza lacrima, ne sono certa, quella più innocua di tutte. Sarà il momento giusto per stringersi forte e lasciare l’imperfezione fuori dalla stanza.

Hall Of Meat, 11.10.2008

Il ricordo da sfumato si fa presente grazie ad una bella canzone dell’ultimo disco di Ben Folds. Mi è stato suggerito di dare un’occhiata al testo di Hiroshima: parla di Ben che si schianta sul palco, si procura un bel bernoccolo, tutti lo guardano, inizia a comporre una canzone sull’accaduto.

È un flashback istantaneo quello che arriva.

Un invito inaspettato. Giungo a destinazione ubriaca di efficienza, talmente ubriaca da combinare disastri. Quei disastri che di solito nella mente degli sceneggiatori statunitensi servono come escamotage per introdurre la protagonista. La sua sbadataggine serve per catturare il pubblico; è così adorabile nelle sue vesti di combina guai recidiva che alla fine il quarterback di turno se ne innamora perdutamente. Funzioni di Propp, non vita reale.

Dicevamo. È una bella serata, si sorseggia una birra nel post-concerto tra punti di domanda e aspettative non ancora disattese. Come al solito in questi casi decérebro me stessa, mentre il mio giudizio interiore si fa loquace e più severo del solito. In questo clima di incertezza do del mio meglio. Detto con tono ironico, ovviamente. A fine serata devo recuperare il mio zaino viaggiatore dal vano portabagagli di una macchina e gettarlo in un’altra. Esco nel cortile buio, mi avvio lentamente nel parcheggio facendo attenzione alle pozzanghere e giocherellando con le chiavi con uno stato d’animo distratto, né più né meno di quanto sono stata distratta nel passato pomeriggio. Penso un po’ alla mia sfiga simpatica, alla guarnizione di una caffettiera che ha fatto le spese di queste circostanze, al suo proprietario che inscena goffi tira e molla con me. Recupero pigramente lo zaino, apro immediatamente il vano dell’auto di fianco. Sono contigue le due auto, decido perciò di risolvere il trasferimento in un passaggio unico. Prelevo da una lo zaino un po’ pesante, lo afferro per una bretella, lo tiro fuori e lo indirizzo verso l’altra auto. Lascio che la spalla segua il movimento all’indietro, richiamo con i muscoli lo slancio in avanti e lascio che braccia e torso in rotazione scaraventino la borsa nel secondo portabagagli, non badando al volo brusco che le sto facendo fare.

Solo che: croc. Non ho mai capito bene come sia successo, ma la mia testa nella parte finale del movimento plana con tutta la forza dinamica sul gancio della chiusura del portellone, o viceversa un gancio affamato di sangue plana sul mio cranio per cibarsi del mio cervello. La mia notte risuona con un croc spaventoso al centro della testa, una nuova fontanella si schiude nella sua delicatezza fisiologica come nella testa bambini piccoli. Sul gancio mi prendo una botta fina e infinita, densa ed elaborata. Prima di sentirlo nel punto dell’impatto, quel croc da sala settoria lo sento dentro il palato e in tutta quella zona inaccessibile che sta dietro il naso e sopra il palato, irradiando stilettate che raggiungono le rotule con la chiara intenzione di disinnescarle per farmi crollare a terra esanime.

Croc, dunque. Il cuore però accelera invece di fermarsi, permettendomi di scomporre quasi razionalmente il dolore, di pensare che sto svenendo/morendo per un motivo proprio stupido e per di più con la faccia in una pozzanghera di una città che non è la mia. Mi aggrappo a questa constatazione melmosa e so che ce la posso fare perché sono da sola, perché nessuno mi ha visto. Posso gestire il dramma con i miei tempi e non con quelli del panico. Rapidamente ilcroc lascia il posto ad un fiiiii interiore ugualmente preoccupante, però il peggio sembra passato.

Ribalto la testa sentendo la botta che si sposta anch’essa all’indietro. Guardo le stelline negli spazi lasciati dalle nuvole scure, provo a distinguerle dalle traveggole cangianti. Un po’ di pioggia in faccia mi fa bene. Sotto l’acqua il mio dolore può ora scemare, tanto più che nessuno potrà mai venire a conoscenza del mio gesto maldestro. Cinque minuti così, immobile, qualche brivido, le tempie che rattrappiscono. Non mi azzardo a tastare il presunto buco al centro del cranio per valutare i danni. Il fiiiii lentamente si attenua, la porzione di dolore insopportabile sparisce. Rimangono solo quella sopportabile, le automobili da richiudere, il cappuccio della felpa da mettere in testa per non far vedere che sono rimasta 5 minuti o forse più sotto la pioggia. Con rinnovata stabilità, lo sguardo basso e il cappuccio in testa a coprirmi l’attaccatura dei capelli rientro nell’area concerto. Mi siedo, con la luce artificiale la visione puntinata si attenua: bisogna dissimulare il più possibile. Resistere (x3).

Con il fiiiii flebile che mi accompagna raggiungo N. e il gruppo di ragazzi tedeschi che hanno appena finito di suonare e che discutono in cerchio a voce bassa delle loro impressioni sul tour italiano. Mi unisco al gruppetto, sorrido da dentro la felpa, educati mi lasciano ascoltare il prosieguo della conversazione sorridendo un poco anche loro. Da non crederci: tutto sta tornando alla normalità e anche il fiiiiiche sento forse ha solo a che fare con i volumi del concerto. Mi sento ancora delicata nei movimenti. E piccola, con le lacrime e la notte in tasca. Ma d’un tratto è come se piovesse di nuovo sotto il cappuccio. Una sensazione di fresco che in pochi istanti raggiunge contemporaneamente nuca e orecchie. Non faccio neppure in tempo a pensare di scappare, scappare il più lontano possibile perché non ci vuole molto a capire che quel terzo rivolo veloce che sta colando al centro della fronte, destinato a seguire la linea del naso, non è altro che… SANGUE! che in inglese si dice …BLOOD! e che BLOOOOOD! OOOH, SHIT, BLOOD! AND WHY ARE YOU BLEEDING NOOOW?! è l’urlo improvviso e appassionato, quasi in falsetto, del tedesco più grosso della compagnia che indietreggia nel terrore più sincero e punta il dito verso quello che sta accadendo alla mia faccia. BLOODDD!!! Merda, che figura del cazzo. Proprio identica a quella che volevo evitare.

Sono una maschera di sangue quando è la band al completo che si volta a guardarmi. Piango e rido contemporaneamente. Anche se in realtà sto più ridendo, ma è impossibile spiegare al gruppetto impazzito che non è niente (ormai), che è solo una suggestiva secchiata d’acqua colorata e che croc è solo l’eco di un buffetto.

N. in qualche modo comprende che quelli da tranquillizzare sono i tedeschi, mi sottrae alla loro vista, mi conduce in bagno, prende l’acqua con le mani a coppa. “Si può sapere cosa hai combinato?” ripete ritmicamente sforzandosi di non ridere, ma lasciandosi sfuggire solo sorrisi rassicuranti, ad ogni scroscio che lascia cadere sopra il buco che ho in testa, sopra di me che sdrammatizzo, sopra le mie sinapsi danneggiate che cominciano a recitare per spaventarmi ulteriormente “La pioggia nel pineto”, sul fiiii interiore che riprende vigoroso, sulle tamerici salmastre ed arse, sulle traveggole aerografate che mi sono rassegnata ad accettare come compagne di vita. Non c’è molto di cui disperarsi però: questi nuovi curiosi sintomi che velocemente si stanno affastellando mentre mi siedo/svengo sul pavimento coperto di acqua e cleenex bianchi e rossi lasceranno un ricordo strategicamente decadente di me.


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- L’inconcludente lo conosciamo benissimo; cos’è il concludente adesso?

- Responsabilità. Non colpa.

Ma dov’eri? Sulla tomba di Michelstaedter.

Mi dissero che sono troppo emotiva nell’accogliere la critica che sono troppo razionale / non sapevo cosa rispondere / allora sono andata da Carlo / era la tomba coi fiorellini / New Dawn Fades nelle orecchie / di solito non entro nei cimiteri con le cuffiette / non ho mica 15 anni / ma me ne sono accorta solo quando sono uscita.

Non avevamo nessuna fretta

Il ritmo della conversazione era insolitamente lento, il che andava bene ad entrambi.

This is not here, This is not now

Hai risposto. Mi hai chiesto “E tu come stai?” Non so se risponderò.

“Come stai” ti avevo scritto. Senza punto di domanda. A significare che è una stanca curiosità. A significare che potrebbe essere una curiosità appassionata, ma hai rovinato tutto con il tuo sbigottimento infastidito: “non possiamo dare una definizione a quello che sta capitando a noi due”. A significare che hai un posto nella mia vita per quello che sei adesso e non per le discussioni che abbiamo affrontato, non per le volte che mi hai attirato a te per avvicinare la tua testa al mio collo e sussurrarmi, lasciando risalire la tua voce dal collo, al lobo, all’orecchio, di osservare. Osservare tutto. Osserva, guarda, non lasciarmi solo con la mia gioia di scoprire sembravi dire con quel gesto frequente. Io sorridevo. Ti parlavo. “Mi piaci perché non imponi la tua etica” mi dicevi. “Perché cazzo non sono nata stronza” pensavo. Ma se avessi aperto bocca ti avrei solo dato un ulteriore indizio di quanto sono inoffensiva. Ero in quasi in pace a guardarti guardarmi, distratto solo dal gesto di toglierti la sigaretta dalla bocca. E continuavo a parlarti lieta del tuo sguardo attento.

In quei mesi hai risvegliato in me il valore sacro della presenza, presenza come cura continua, per me ora è cardine di una relazione; lasciavi ciondolare le braccia bianche, glabre e affusolate (un adolescente efebico) e scendevi lungo il sentiero un paio di metri più avanti di me descrivendo la solitudine di cui vai tanto fiero, “…troppa gente qui ora, mentre io non voglio sentire nessuno, e quando mi passa sono gli altri che mi cercano”, io mi affrettavo a rispondere senza lasciarti concludere, “Certo, legittimo, sennò sai che palle.”, nel modo più freddo possibile, osservando il cielo e il tetto di ardesia della tua confortevole casa che faceva di nuovo capolino fra gli alberi alla fine della passeggiata nel bosco. Avrei voluto che ti fermassi e ti girassi a cercarmi con lo sguardo, cogliendo nel mio, che avrei distolto, tutti i limiti del tuo stupido egocentrismo.

Abbiamo fatto molti passi indietro (dovevo farli io ben prima), neanche ti accorgi che stiamo ritornando a un’amicizia formale, nata per caso, evoluta per caso. Non scordo quando nel momento del bisogno mi hai trattato con vicinanza efficiente ma solo vicinanza. Ognuno ha portato all’altro in dono un pezzetto di conoscenza, ora tu usi la mia parte per parlare con persone altre. E ogni tanto, sì, ti ricordi di me. Mi chiami e sei anche un po’ sfigato perché mi telefoni sempre in momenti inopportuni, ho molte chiamate perse tue, come se facessi apposta ad evitarti, ma, giuro, la colpa è solo tua e del tuo scarso tempismo. Non riesco a comprendere, per come conosco i tuoi spazi di insofferenza all’altro, questi tuoi guizzi nel ricordarti che esisto. La fiammella del ricordo di me forse rimane viva in te perché c’è l’eco confusa dell’entusiasmo del nostro narrare e ritrovarsi. È solamente l’eco della tua buffa confessione, a cui ho reagito con un sorriso distratto (e della paura) per lasciare che queste parole risuonassero dentro di te alla ricerca della tua vera volontà, che tu sentivi che ero colei che avrebbe potuto “salvarti”. Ti rendi conto della dannosità delle delle boiate che dici?

Ma tu non sei mai stato in grado di pensare a questo, sono gli altri che ti cercano.

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